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Storia e Cultura

 
 


Il territorio di Giba e Villarios: cenni storici





          
Situato tra le formazioni rocciose paleozoiche di S’Arcu sa cruxi –Serra Mura e gli espandimenti magmatici Cenozoici che contornano il Rio Mannu ed il Rio Piscinas, il territorio del comune di Giba occupa una vasta superficie ondulata, collinosa e pianeggiante al contempo, con terreni fertili adatti per l’agricoltura e l’allevamento, attività fondamentali dell’economia locale attuale, ma praticate già dall’uomo preistorico sin dal Neolitico. Questa superficie è delimitata ad ovest da una fascia costiera sul Golfo di Palmas.  Le testimonianze più antiche che permettono di ricostruire le vicende storiche del paese sono individuabili ad ovest dello stesso: si tratta della necropoli a domus de janas di Narboni is Gannaus, risalente al 3.500 a.c ed appartenente alla cultura di S. Michele. Non mancano poi le testimonianze dell’età nuragica (1.500 a.c), dal momento che la zona è costellata di nuraghi e di monumenti megalitici minori che fanno capo al nuraghe Rubiu e al nuraghe Meùrras, il cui villaggio è uno dei più vasti dell’isola. In una superficie di poche ettari, nel confine con Tratalias, in un paesaggio che nonostante sconvolgimenti più o meno recenti (a causa di vari lavori eseguiti in quella zona, prima con la ferrovia, ora dimessa, e poi con la distribuzione dell’acqua dell’invaso ai campi da coltivare), conserva molto del suo arcaico fascino.  Anche la zona del lago di Monte Pranu[1] è ricchissima di architetture di antiche culture ma anche di varie specie di fauna ornitica. Del periodo romano restano tracce di una strada, nonché ruderi di una terma romana conosciuta con il nome di Sa credieddha, vicina al Rio Piscinas.  Dopo la dominazione romana iniziarono le invasioni dei vandali di Genserico, a cui alcuni attribuirebbero la fondazione di Giba, avvenuta intorno al XVI secolo. Insieme ai nuovi conquistatori vennero deportati numerosi nord – africani della Mauritania, che con il tempo si mescolarono in modo pacifico con gli abitanti del Sulcis -  Iglesiente. Alla fine del primo millennio giunsero i monaci vittoriani e cassinesi, i quali con la loro costante presenza diedero un certo ordine alla vita sociale diventando guide non solo spirituali per gli abitanti. Vennero costruiti diversi monasteri ed erette le chiese di Santa Marta (XI secolo), ancora visibile nelle campagne di Villarios vicino alla SS 195; e la chiesa di San Giorgio di Tului, ora completamente distrutta.  In questo periodo il vescovo di Sulci (l’attuale Sant’Antioco), fuggito dalla sede vescovile in seguito alle ripetute invasioni saracene che portarono all’insediamento a S.Antioco di Mugiahid, principe musulmano di Spagna, si rifugiò probabilmente nella diocesi di Palmas, molto vicina a Villarios, favorendo ulteriormente lo sviluppo di questa zona. Il 14 giugno del 1323 un evento storico molto importante, non solo per i paesi in questione ma per tutta la Sardegna, di fronte alla spiaggia di Porto Botte, sbarcò parte dell’esercito aragonese che si accingeva ad espugnare il castello di Iglesias.  Nel 1257 Giba venne in possesso dei conti di Donoratico della Gherardesca, e con la pace del 1326 cadde sotto il controllo aragonese. Nel 1323, da un rapporto pisano – aragonese, il paese contava oltre 300 abitanti pari ad una sessantina di famiglie con un reddito di 51 lire. Negli anni 1341 – 59 figura inoltre tra quei centri che versavano le decime la vescovo suscitano. Al contrario della maggior parte delle ville sarde conquistate, Giba però non venne infeudata ed infatti partecipa come “universitas” autonoma al primo parlamento svoltosi a Cagliari nel 1355.  Nel 1487 venne ceduta con la villa di Piscinas a Nicolò Gessa. Il trasferimento della sede vescovile da Tratalias ad Iglesias, avvenuta nel 1503 a causa delle frequenti scorrerie piratesche provenienti dal mare, comportò lo scoramento degli abitanti ed il successivo spopolamento della zona. Vi fu la caduta di Tului, situata nell’omonima zona, nonché l’abbandono di altri centri abitati.  La stessa sorte la seguirono Giba, le chiesette ed i conventi sparsi nelle campagne, sorti tra l’800 ed il 1500, secoli questi in cui il Basso Sulcis raggiunse il massimo splendore in campo civile e religioso. Bisognerà attendere il risveglio seicentesco delle attività rurali per rivedere popolato, con una certa comunità e con una discreta consistenza, l’abitato di Giba, risorto attorno al polo religioso di San Pietro. Anche il territorio comunale vide sorgere, in quel periodo, numerosi abitati rurali come trasformazione di insediamenti sparsi consistenti. Nel XVI secolo a Villarios venne costruita una torre di avvistamento per controllare eventuali scorrerie dal Golfo di Palmas: si può osservare semi diroccata nel vecchio paese ora raso completamente al suolo. Giba, inglobata nel marchesato di Villarios (insieme a  Masainas e Sant’ Anna Arresi), fu infeudata a Francesco Amat  nel 1647. Il primo comune fu istituito a Villarios nel 1683 e comprendeva le frazioni di Masainas, Piscinas, S’Anna Arresi e Giba. Nel 1875 la sede municipale diventò Masainas: sembra che gli spostamenti di sede fossero una conseguenza del fatto che in quei luoghi fosse difficile reperire una persona capace di scrivere e quindi in grado di registrare gli atti comunali. Nel 1891 il territorio di Giba fu attraversato da una delle prime strade ferrate della Sardegna, appartenente alla società francese Forges Artes, che realizzò una piccola ferrovia, su cui si trasportava carbone e distillati prodotti nella foresta di Pantaleo (Santadi), che arrivava sino a Porto Botte nel cui molo tali prodotti venivano caricati su velieri che effettuavano la spola con Marsiglia e Tolone. Con atto deliberativo del Podestà (era l’equivalente del termine “sindaco” durante il regime fascista), il 30 marzo 1928 Giba divenne comune autonomo accorpando il vecchio, costituito da Villarios – Masainas. Il 27 giugno 1929, il decreto regio modifica la denominazione, perché troppo lunga, da Villarios- Masainas a Giba[2]

Tului


Tului, sorta nei primi secoli dell’era cristiana, valorizzata dalla presenza del Vescovado di Tratalias dopo l’800, fu il piccolo centro che ha dato origine all’attuale Giba. Nell’alto Medioevo in questo territorio, compreso tra Giba e Tratalias, sarebbe sorto un castello a protezione del piccolo borgo, del quale restavano tracce fino agli anni ’50 (XX secolo). Purtroppo una sistematica ed incontrollata opera di spoliazione ha determinato la scomparsa quasi totale delle preziose testimonianze materiali di un’epoca ancora oscura. Questa cittadina poteva godere della fortunata ubicazione a picco sul fiume di Tratalias e l’umidità della valle sottostante dette vita a rigogliosi frutteti, abbondanti pascoli ed acqua per il bestiame. Essa si mantenne in vita sino al XVI secolo, epoca in cui cominciò la decadenza a causa dell’esodo della popolazione verso le campagne vicine e lontane, lasciando cadere in rovina ogni cosa. Inoltre l’assenza del Vescovo, trasferitosi come già visto ad Iglesias, portò all’abbandono di chiesette e conventi sorti in mezzo ai boschi durante il massimo splendore di Tratalias.


Giba
Descrizione dell’abitato


Riguardo all’origine, il Casta, studioso locale, scriveva nel 1964: il significato di questo nome è di provenienza araba. In quella lingua infatti Gibel o Ghebel significa “gobba”. Ma il paese attuale si estende su una vasta e fertile pianura e non su un monte gibboso, per cui non vediamo il motivo di questo appellativo.[3] Il paese si snoda principalmente attorno a due importanti strade statali: la 293, che inizia al bivio di Villasanta della SS 131 e si conclude al centro del paese; e la SS 195, meglio conosciuta con il nome di Sulcitana, ovvero la vecchia via di congiunzione tra Karalis e Sulci (rispettivamente Cagliari e S.Antioco). L’altimetria è pari a s.l.m mt.57; il territorio si estende per 37.7oo km2 e dista dal capoluogo sardo 69 km. Secondo i dati elaborati dall’Istat relativi all’ultimo censimento effettuato nel 2001, la popolazione del Comune di Giba ammonta ad un totale di 2078, suddivisi in 1555 femmine e 1323 maschi. Il settore più antico del paese è situato in direzione del bacino artificiale di Monte Pranu, invaso realizzato a cavallo degli anni ’40-’50 per irrigare l’intera piana del Basso Sulcis. [4]In questo settore si riscontra la presenza di due medaus[5] , denominati rispettivamente Is Pascais e Is Loccis; mentre un terzo, denominato Is Arrubius e comprensivo solamente di due unità immobiliari, si trova nelle vicinanze della diga.La tipologia delle abitazioni del paese oramai è varia e quella tradizionale non esiste più. Essa consisteva in singole abitazioni ad un livello costruite in pietrame, talvolta con rialzi eseguiti con mattoni in fango, che si affacciavano sulle strade nascondendo un ampio cortile posteriore (momento di passaggio dalla vita domestica a  quella dei campi che ancora occupa buona parte degli abitanti), e la corte dove si teneva il bestiame. Attualmente le case sono costruite su due piani, fronte strada, ma anche isolate, ed alcune a schiera, soprattutto nel centro storico, nei pressi dell’unica chiesa intitolata a San Pietro.Le piazze esistenti sono due, “Aldo Moro” ed “Eleonora D’Arborea”.

I servizi pubblici


L’utilizzo dell’acqua era appannaggio degli uffici pubblici e delle pochissime famiglie benestanti. In paese non sono mai stati costruiti i lavatoi, ma le donne si recavano a lavare il bucato al fiume. Por quanto riguarda la presenza degli acquedotti, essi venivano gestiti dal Consorzio Acquedotti del Sulcis, che si occupava fondamentalmente di tutti i comuni limitrofi. Attualmente la competenza è dell’Esaf/Abbanoa Di Cagliari fontanelle pubbliche sono presenti sia nel paese in questione che nella sua frazione, Villarios. Attualmente è ancora impiegata la figura del “banditore” per diramare gli avvisi pubblici a tutta la popolazione: egli si colloca nel principale incrocio del paese, da cui diffonde il bando tramite un megafono. Per quanto concerne, invece, la situazione sanitaria, fino a tempi recenti, medici levatrici e farmacie erano presenti solamente nei comuni più popolati, il che impediva alla popolazione dei centri periferici, aggregati ai principali per questo tipo di servizi, di farne ricorso fondamentalmente per tre motivi: la difficoltà di raggiungere tali centri; le scarse disponibilità economiche; l’abitudine di servirsi di empirici, frebottus e allevaroras (flebotomi e levatrici). L’attività di queste ultime è attestata infatti sino agli anni ’70.[6] Anche quando alla fine del secolo scorso, i Comuni si dotarono del medico condotto, la popolazione continuava a nutrire fiducia nell’attività dei frebbotus (flebotomi). Nel 1937-38 sorse l’ECA, l’ente comunale di assistenza, per cui il Comune di Villarios – Masainas si assumeva il costo delle spese mediche dei poveri, soprattutto nei casi di malattie endemiche e di quelle gravi che necessitavano del ricovero. Per poter usufruire di questo servizio, era indispensabile esibire un certificato di povertà. La farmacia fu costituita per la prima volta nel 1949, allorquando ne divenne latore il chimico – farmacista Dott. Pasquale Simola che vinse il concorso provinciale. Ciò apportò un sensibile sollievo generale, dal momento che per l’acquisto dei medicinali sino ad allora ci si doveva recare a Santadi, che dista da Giba 9 km. Il grado di istruzione del paese è in linea generale medio – basso, e gli anziani sono analfabeti. Essa era impartita limitatamente alla V classe fino al 1940 da una sola insegnante, raramente da due per tutte le classi. L’istruzione media è giunta invece attorno al 1960, quella secondaria (Istituto Tecnico Commerciale) nel 1980, come succursale di Carbonia. È presente anche la scuola materna. Per quanto riguarda invece l’economia essa è prevalentemente agropastorale, basata fondamentalmente sull’allevamento di pecore, ed un tempo anche di buoi, di cui è rimasto un solo allevatore. Tra i prodotti agricoli particolarmente rinomati sono i carciofi, i pomodori, l’uva. I terreni di Giba infatti possono essere considerati discretamente fertili, senonchè nel 1953 vennero mutilati nella parte migliore con la costruzione della diga del bacino di Monte Pranu. Oggi, tutta la zona nord del paese, in cui sorgevano rigogliosi frutteti, è completamente sommersa dalle acque melmose. Fiorente è comunque anche il commercio, presente in tutte le sue ramificazioni. In paese è presente un’unica chiesa, dedicata a San Pietro, festeggiato a giugno, mentre a settembre si celebra la festa della Madonna del Rimedio. Nel medau (stazzo) Is Loccis vi è la chiesa dei Testimoni di Geova.


Villarios


Villarios ha seguito la storia del marchesato di Palmas, assumendo anch’esso tale titolo, e condividendone le alterne vicende. Il suo nome indica la presenza di acqua sorgiva nei pressi della Villa. Questo paese appartenne alla Curatoria del Sulcis nel Giudicato di Cagliari. fu uno di quei centri che più di altri fu caratterizzato dalla presenza dei monaci benedettini e dalla vicina sede3 vescovile di Tratalias; tant’è che nelle sue vicinanze sorse anche un monastero. Nel 1485 fu ceduto da Pietro Bellit a Giacomo d’Aragall, barone di Gioiosa Guardia (Villamassargia); per poi passare, per un breve periodo, nelle mani della famiglia Gessa, e ritornare in possesso di Ludovico Bellit, a cui fu consegnato dal re Carlo d’Aragona. A causa della sua esposizione alle invasioni barbariche, fu innalzata una torre che permetteva di controllare l’intero Golfo di Palmas, da dove sbarcavano gli invasori, anche se in realtà Villarios fu uno dei pochi centri che non si spopolò durante il Medioevo. Nel 1646 Giovanni Battista Amat ne fu nominato marchese dal re d’Aragona, Filippo IV. Nel 1820 questo paese contava 55 famiglie con  283 abitanti; per i suoi precedenti, venne eretto a comune nel 1853, ed ebbe come frazioni Giba, Piscinas, Masainas e S.Anna Arresi. Nel 1858 la popolazione ammontava a 2338 abitanti. Per quanto riguarda i servizi, il paese era sprovvisto della chiesa e del cimitero; l’unica assistenza sanitaria era quella fornita da flebotomi e da qualche ostetrica non diplomata; esisteva una prima elementare maschile e nessuna classe femminile. Nel 1858 ricevette un sussidio governativo per istituire una scuola elementare (prima elementare) anche a Giba. Villarios rimase comune sino al 1875, quando sede municipale divenne Masainas, in quanto solamente in questo centro vi era uno scrivano in grado di gestire le scritture comunali. Da allora il paese ha vissuto nell’ombra, e l’unico motivo di rilievo è stata la sua totale ricostruzione su un’altura poco distante dal vecchio centro, oramai completamente raso al suolo. Ciò si è reso indispensabile a causa delle infiltrazioni sotterranee d’acqua provenienti dall’invaso artificiale di Monte Pranu (Tratalias), realizzato a cavallo degli anni ‘40- ’50 per irrigare la piana del Basso Sulcis. La frazione di Villarios, dopo l’inevitabile trasferimento a causa delle infiltrazioni suddette, si trova su una collina, denominata Su Estrai, in posizione panoramica, da cui  si gode lo spettacolo offerto dal Golfo di Palmas. I lavori per la costruzione del paese iniziarono nel 1963 e si conclusero nel 1965, ad opera del Consorzio di Bonifica del Basso Sulcis in base alla legge “Monte Pranu”. Le abitazioni, ricostruite in base a ciò che i proprietari possedevano inizialmente, per il 90% sono su un unico livello di edilizia, con giardino e loggiato (più il forno), struttura questa dovuta al fatto che si tratta di un paese fondamentalmente agricolo. Recentemente, però, sono state costruite anche alcune case a palazzina. Il patrono del paese, in onore del quale sono intitolate la chiesa e l’unica piazza esistente, è san Giuseppe, festeggiato nel mese di marzo, allorquando si allestisce “la sagra del carciofo”, gli unici servizi esistenti sono costituiti da due negozi, l’uno di generi alimentari, l’altro è una macelleria. Vi sono inoltre un centro sociale, l’ufficio postale, due ambulatori medici, una sezione del centro AIAS, dipendente dal paese di Cortoghiana. Ed infine una scuola materna. Per tutte le altre necessità, gli abitanti di Villarios si recano a Giba, che dista 3 km, con cui il collegamento, soprattutto a favore di coloro che non possono usufruire di un mezzo proprio, è assicurato da un piccolo pullman messo a disposizione dal Comune. Ai piedi dell’altura su cui è stato ricostruito il paese, in direzione ovest, si trovano gli stagni e poco più avanti la spiaggia di Porto Botte, il complesso palustre, terzo in Sardegna, importante per le splendide zone umide retrostanti la sua lunga spiaggia, ricche di avifauna migratoria e con interessanti nuclei di vegetazione e flora alofita, palustre e delle sabbie. Poro Botte sino agli anni ’50 del XX secolo è stato utilizzato come peschiera, con rese produttive superiori a 150 kg/ha/anno. Sempre in quegli anni, poi, conobbe il boom allorquando i cittadini di Carbonia dotarono l’arenile di stabilimenti balneari, di cui restano solamente i ruderi.


La forza di tempi particolari: la Settimana Santa


Il termine “Medicina popolare”, generico ed impreciso, si riferisce a quelle particolari forme di difesa della salute che persistono fra gli strati subalterni più marginali, connotate da una maggiore tradizionalità ed alterità rispetto alle forme attuali della medicina ufficiale. Si tratta fondamentalmente di una medicina composita in cui si mescolano ed intrecciano sia forme elaborate dagli strati subalterni, sia forme un tempo impiegate dalle classi egemoni che, dopo essere state assunte dal mondo popolare, il quale successivamente le ha sottoposte ad un lungo processo di sincretismo e di riadattamento. Il suo sapere deriva, dunque, dal complesso interscambio culturale che si verifica tra le diverse classi, considerazione, questa, che porta a riferire il termine “popolare” non tanto all’origine di tale sapere, quanto alla classe sociale che in un dato momento se ne è appropriata.  I vari rituali terapeutici propri della medicina popolare si basano su una trama antica e ben conosciuta, caratterizzata dalla commistione di empirismo e di simboli religiosi, impiegati però in modo magico.  Nella maggior parte dei casi, si ritiene  che la cura di una malattia o di un disturbo, , non possa essere eseguita in qualsiasi momento, ma sia invece necessario rispettare “tempi particolari”, che promanerebbero una speciale forza.  Questa, ad esempio, viene riconosciuta alla Settimana Santa, nella fattispecie al giovedì: tale giorno, infatti, è ritenuto particolarmente adatto all’approntamento di diversi materiali e strumenti terapeutici, nonché alla trasmissione di conoscenze e poteri magici, al confezionamelo di amuleti, soprattutto contro il malocchio.  A tutt’oggi, di giovedì, la terapeuta che cura s’ettàra (la miasi oculare) non a caso pianta il finocchio selvatico, erba di cui vengono impiegate in modo vario le parti (masticate e poi sputate sugli occhi malati), recitando al contempo una preghiera.  E sempre di tale giorno, in passato, termine con cui in questa sede si fa riferimento alla prima metà del XX secolo, si aveva cura di preparare il medicamento da utilizzare nella cura del favismo: una certa quantità di semi di fave lessati e consumati come cibo in quel periodo di astinenza, od anche una certa quantità di bucce dei semi mangiati, veniva infilata in uno spago a guisa di rosario, “il rosario di fave”, appunto e fatta seccare. Nel caso in cui qualcuno si fosse ammalato di fauvismo, se ne sarebbe sfilato un certo numero, diverso a seconda della gravità del male, ma comunque sempre dispari. Semi o bucce, dopo essere stati tostati o macinati, venivano somministrati all’ammalato come un caffè.  Nei confronti dei bambini, invece, questo caffè poteva anche essere impiegato come prevenzione, e pertanto somministrato nel periodo della fioritura e della maturazione delle fave.  In alcuni paesi, il confezionamento del rosario di fave avrebbe dovuto essere eseguito da donne, sposate o nubili, che al contempo recitavano tre Ave Maria, per i dolori della Madonna; tre Credo per la Morte e Passione di Gesù; mentre in altri centri, le fave avrebbero dovuto essere infilate nello spago o da persone che effettuavano il digiuno de su Kumpassu, o da animasa innocentisi (anime innocenti, ovvero sia i bambini).   Su kumpassu, a Domus de Maria, Teulada, S. Anna Arresi, Santadi, era il digiuno particolare della Settimana santa; a seconda che durasse 24 ore, dalle 10 del giovedì Santo alle 10 del giorno successivo o 48 ore, dalle 10 del giovedì santo alle 10 del sabato santo, si distingueva in kumpasseddhu, piccolo kumpassu, e kumpassu mannu, grande kumpassu. Si spiegava le denominazione del digiuno, nei centri in cui era praticato, come <<compasso o giro di 24 o 48 ore>>oppure come <<kum – passioni>>, condivisione, partecipazione alle sofferenze di Cristo.  Dai 15 ai 2 od anche 4 giorni prima delle ricorrenze per cui si preparavano i nenniri (culture rituali di cerali e legumi), il giovedì santo e/o il giorno della festa di S. Giovanni (altro “tempo particolare”), le donne (anche in questo caso, nubili e sposate), in un recipiente generalmente costituito da un piatto fondo od una insalatiera di terracotta, mettevano semi di grano o di orzo, lenticchie e ceci, che facevano germogliare, il più rigogliosamente possibile, al buio, sotto letti o dentro armadi.  Il nenniri prima di essere portato in chiesa veniva accuratamente ornato ed il recipiente abbellito di carta colorata o di stoffa, mentre tra le erbe si ponevano fiori (viole, pervinche, garofani, rose).  In alcuni paesi, il nenniri del giovedì santo veniva lasciato nella cappella del Cristo morto generalmente sino all domenica di Pasqua; in altri, esso veniva ritirato il sabato e terra e pianta venivano gettate via, oppure li si seppelliva sotto il letame per renderlo migliore, o, ancora, collocato in un luogo in cui non potesse essere calpestato.  Una delle note caratteristiche della Domenica delle palme è costituita dalle fronde di palma coltivata che, prima di essere ornate e decorate, venivano trattate di modo da far loro perdere la colorazione verde e da far loro assumere un colore giallo chiaro, simile a quello dei nenniri.  La benedizione delle palme e dell’ulivo non era destinata solo alla casa e a tutto quanto vi era annesso, ma anche alla campagna, dai campo coltivati a grano o legumi, alle vigne, agli alberi da frutto, ai ricoveri e ai recinti per gli animali allevati.  Generalmente la palma più riccamente decorata e intrecciata veniva appesa in camera da letto, sulla parete su cui poggiava la testata del letto matrimoniale, altri rametti di palma e di ulivo potevano essere sistemati sotto i materassi per mantenere la pace in famiglia.  In alcuni paesi, si doveva prestare molta attenzione a che la palma non cadesse a terra al rientro dalla chiesa, perché altrimenti si pensava perdesse i suoi poteri e dovesse, perciò essere bruciata; In altri paesi, al contrario, al rientro dalla chiesa, giunti all’ingresso dell’abitazione la si poteva buttare al suo interno di modo che fosse benedetta nella sua totalità.  In Sardegna gli amuleti, che tradizionalmente preservano dal male, hanno conosciuto una maggiore diffusione rispetto ai talismani, latori, invece, di fortuna e ricchezza. Ciò è perfettamente comprensibile se si tiene conto della costante tensione che scaturiva dalla situazione di precarietà che caratterizzava il mondo isolano. Da qui la diffusione delle credenza in tutta una serie di oggetti apotropaici che, sebbene rientrino in una tipologia genericamente mediterranea, hanno comunque assunto nell’isola valori culturali dalle connotazioni particolari.  In passato, era comune l’abitudine di confezionare gli amuleti, generalmente pungheddasa, di sola palma, o di palma intrecciata a rametti di ulivo e di issopo, pianta quest’ultima particolarmente temuta dal demonio.  Questo amuleto, che avrebbe dovuto proteggere dal malocchio e dagli spiriti maligni, si presentava come un sacchettino dalla forma quadrata o rettangolare , contenente vari elementi, tra cui erbe (di cui la ruta), e dure teste essiccate di serpenti, cacciati alle ore 12 nell’ultimo quarto di luna calante e sorpresi ad amoreggiare.  Il rivestimento era realizzato con parti di tessuto derivanti da stoffe di uso ecclesiastico, il che aumentava il loro potere apotropaico e/o terapeutico ; e venivano cuciti sotto gli indumenti dalla parte del cuore, o portati al collo come ciondolo.  Le pungheddasa venivano approntate dalle donne dopo la benedizione delle palme, ma più spesso, per accrescerne l’efficacia, durante la Messa, o meglio, durante la lettura del Vangelo, momento ritenuto particolarmente forte, nel quale anche gli uomini realizzavano uno specifico amuleto chiamato su giuali, un intaglio a forma di giogo, lavorato sul legno della palma.  Dopo il rito religioso della ri - consacrazione del fuoco, dell’olio e dell’acqua, si cercava di portare via, di prelevare un pò di acqua benedetta, da impiegare in diversi modi: per la cura contro il malocchio; per indurre che aveva difficoltà a parlare ad emettere almeno qualche suono; per lavare gli occhi dei bambini e prevenire così le infezioni varie, tra cui il tracoma; per riempire l’interno di un pezzo di canna che poi sarebbe stato piantato nel mezzo del campo coltivato per favorirne la fertilità.  Qualche pezzo di carbone, invece, avrebbe tenuto lontano i fulmini.  È ancora in auge la consuetudine di conservare pezzetti di cotone con cui viene lavato il corpo di Cristo dopo essere stato deposto dalla Croce.  Del cero pasquale si cercava di recuperare qualche scaglia che, liquefatta ed avvolta in un panno da sistemare sulla parte dolente, avrebbe curato gli ascessi procurati dal freddo e le periostiti tubercolari; oppure veniva impiegato come ingrediente tra gli altri, quali pezzi di palma benedetta e grani di caffè, per curare lo spavento.  Relativamente, invece, allo scioglimento delle campane per il Gloria, le donne si affrettavano a preparare il pane, perché in quel momento la farina sarebbe stata benedetta; e a seminare il basilico, a cui viene a tutt’oggi attribuito un significato propiziatorio.  In alcune località, soprattutto dell’oristanese, nel venerdì santo si gettava dentro un pozzo vuoto un po’ di pasta di pane, allo scopo di ottenere il lievito naturale grazie all’intervento divino. La pasta veniva ripescata il venerdì dopo Pasqua (ricordando che la preparazione casalinga del pane avveniva fra il venerdì ed il sabato), quando effettivamente si era trasformato in lievito (non foss’altro se non per un processo da attribuire all’azione delle muffe sempre presenti all’interno dei pozzi).  In altri centri, per tutta la settimana santa le donne si astenevano dal filare la lana in quanto il filo equivaleva a strappare i capelli di Gesù durante la passione. Per lo stesso motivo c’era chi il venerdì santo evitava di lavarsi i capelli, mentre in altre parti non si mangiavano uova dal momento che richiamavano le percosse a Cristo in croce.  Per molti pastori, il sabato santo era la migliore occasione per trarre auspici dall’osso della clavicola di un agnello ucciso in quello stesso giorno: si credeva infatti che vi fossero persone in grado di presagire, avvalendosi di quell’osso, le disgrazie che sarebbero potute capitare nel corso dell’anno al proprietario del gregge o ai parenti o perfino alle pecore.  Al termine della settimana santa, si preparava una ricotta salata che veniva conservata in modo da poterla utilizzare durante tutto l’anno a scopo terapeutico per lenire i dolori addominali.  In conclusione, si può ritenere che la dimensione religiosa che sta alla base delle medicine tradizionali sarde, is mexinasa antigasa, si presenta come una strategia terapeutica atta a fronteggiare la paura ed il disagio provocati dalla malattia, ma soprattutto è fonte di condivisione, di solidarietà e di integrazione spirituale all’interno del medesimo orizzonte critico.  Da quanto finora detto, si evince come il comportamento rituale – religioso offra una possibilità di fronteggiare situazioni di pericolo o di sfortuna, reali o potenziali, che diversamente non potrebbero essere affrontate. Il bisogno del rito, della formula, esprime un valore invisibile ma reale, che porta la cultura popolare a fondere due principi opposti.  Sono le condizioni di crisi a determinare il perpetuarsi delle credenze magico – religiose, le quali con il loro bagaglio ritualistico possono offrire un valido rimedio che, sebbene illusorio per alcuni, permette di stabilire l’equilibrio dell’individuo, soprattutto in quelle circostanze in cui il senso comune non è in grado di far fronte.



Le tradizioni popolari


Gli studi di folclore nascono nel 1800 con il Romanticismo e il Positivismo.

Il folclore “...comprende i miti, le leggende, i racconti, le ballate, gli indovinelli, i proverbi, le credenze di un gruppo culturale” (Dundes, 1989).

Nel 1880, Pitrè, studioso di tradizioni popolari (raccolse i più svariati documenti del folclore siciliano) e fondatore in Italia del folclore come scienza,  ne definisce l’oggetto di indagine: canti e melodie; fiabe e leggende; proverbi; giochi e canzonette infantili; indovinelli, formule, voci, gerghi; usi, costumi, credenze e pregiudizi. Si fa riferimento ad un soggetto sociale detto popolo e al veicolo prevalentemente o esclusivamente orale della tradizione e diffusione dei fatti folclorici. La sua trasmissione avviene generalmente per via orale, ma è possibile anche il passaggio attraverso la forma scritta. Tutte le società possiedono un repertorio di narrazioni che gli adulti si raccontano l’un l’altro e che vengono insegnate ai bambini. Musica, danza e giochi possono costituire il contesto all’interno del quale le storie vengono raccontate. Il folclore presenta una continuità tra passato e presente, ma anche aspetti innovativi.  J. W. Thoms propone il termine folk-lore per designare quelle che fino ad allora erano denominate “popular antiquietes”. Usi e costumi, osservanze e superstizioni, ballate e proverbi, vengono assunti come documenti che gettano luce sulla remota storia, non solo inglese, ma anche germanica. Lévi - Strauss scrive che il termine folclore “designa…ricerche che, pur esercitandosi nella società stessa dell’osservatore, fanno ricorso a metodi di inchiesta e a tecniche di osservazione dello stesso tipo di quelle che si impiegano per le società molto lontane”. Per il mondo popolare si avvia, cioè, la messa a punto di quello strumento tecnico di ricerca che è la comparazione e si apre così la strada a considerare nella loro storicità anche i “selvaggi” nostrani. Usi, costumi, credenze, pregiudizi, superstizioni vengono assunti come documenti di storia e vanno indagati con oggettività. Per comprendere la storia umana occorre estendere l’indagine a tutti i sistemi culturali (si respingono l’etnocentrismo e tutti i soggettivismi di classe e di epoca). Le indagini folcloriche, demologiche o di tradizioni popolari si applicano alla rilevazione documentaria, all’analisi classificatoria, all’individuazione storica dei fenomeni di differenziazione culturale esistenti all’interno delle società più evolute. Tylor definisce cultura il complesso che include conoscenze e credenze, arte e morale, leggi e costume e tutte le altre capacità e abitudini acquisite dall’uomo come membro della società. Si possono distinguere due culture: una comune o generale (italiana) e una particolare o locale o di gruppo (sarda). L’attenzione degli studi folclorici è diretta alle tradizioni delle camp
agne (più conservative, ma che oggi si aprono agli influssi esterni).  


La famiglia


Nella società sarda “..i sentimenti e i valori della maternità e paternità, dell’amore filiale e fraterno e della solidarietà parentale sono i sentimenti e i valori più alti”, insieme anche alla lealtà per la parola data e alla sacralità dell’ospite”. (Oppo, A., Famiglia e matrimonio nella società sarda tradizionale – La tarantola Edizioni, 1990). La famiglia era luogo esclusivo di generazione della prole legittima, di allevamento ed educazione della stessa. Essa nasce e si fonda col patto matrimoniale della coppia eterosessuale monogamica che comanda esclusività sessuale e solidarietà economica tra i due coniugi e origina e prosegue la discendenza e la consanguineità legittima. La famiglia era anche luogo primario degli affetti e luogo di trasmissione dei modi di vivere e della cultura. Alla formazione della famiglia contribuivano in modo paritario l’uomo, con la casa e l’attrezzatura per il lavoro, e la donna, con l’arredo e la mobilia per la casa. La nascita di un figlio era desiderata e sempre gradita perché considerata un dono di Dio, il naturale esito dell’unione di un uomo e di una donna. Si preferiva che il primogenito fosse un maschio. Il non avere figli, al contrario, era segno di disgrazia sia per la donna, per la quale la maternità rappresentava un evento naturale, sia per l’uomo che, attraverso i figli, si assicurava la possibilità di accrescere e perpetuare il suo patrimonio. Rappresentavano poi, per entrambi, il bastone della vecchiaia. Le famiglie erano molto numerose e le gravidanze si succedevano spesso l’una all’altra. I figli rappresentavano la prosperità del patrimonio e la possibilità di perpetuare il nome; contribuivano ad aumentare il reddito della famiglia ed erano una garanzia di sopravvivenza per la vecchiaia dei genitori. I figli avevano verso i genitori un atteggiamento di sottomissione e di deferenza Luogo di organizzazione della vita produttiva tradizionale, unità e luogo di consumo individuale, la famiglia mononucleare e monolocale assolve questa funzione di essere unità di consumo autonoma e pressoché esclusiva. La casa era luogo abitativo, produttivo, riproduttivo e di consumo. Il possesso della casa – “sa domu”- e del patrimonio – “sa sienda” – erano le condizioni indispensabili per la formazione di un nuovo nucleo familiare economicamente autonomo. All’interno della famiglia vigeva la separazione delle attività in base al sesso: la donna era addetta ai lavori domestici, all’allevamento ed educazione dei figli e alle decisioni riguardanti l’economia domestica; l’uomo si specializzava in uno dei tre grandi mestieri tradizionali – contadino, pastore, artigiano. Il lavoro di tutti i membri della famiglia, grandi e piccoli, era necessario per la sopravvivenza della stessa. La donna si realizzava quando diventava la padrona di casa, “sa meri de sa domu”: metteva al mondo i figli, li nutriva e si occupava di loro; teneva pulita la casa; preparava i pasti; rigovernava la casa; preparava il pane e la pasta, faceva il bucato; puliva e dava da mangiare agli animali da cortile; raccoglieva la legna; portava l’acqua; rifaceva i materassi e si occupava della manutenzione della casa (imbiancava e ribatteva i pavimenti in terra battuta). Alle attività propriamente domestiche si aggiungevano: la semina, la zappatura, la spigolatura, il diserbamento delle erbe infestanti, i trapianti negli orti, la raccolta di cereali e legumi, la raccolta di mandorle e olive, la vendemmia, il pascolo e la lavorazione del latte e della lana. Nel momento del bisogno, non ricorreva al maschio di casa, ma al gruppo femminile di un’altra famiglia, di parenti o vicini di casa. Donna, moglie, madre: acquisisce funzioni e specializzazioni non solo nell’ambito dell’economia domestica, nell’allevamento e nell’educazione della prole, ma anche nella gestione dei rapporti sociali nel villaggio, da quelli parentali o vicinali, fino ai rapporti con le autorità locali e la società civile in genere. L’alba e il tramonto erano i limiti del lavoro maschile in campagna, ma non i limiti della giornata della donna che lavorava anche nei ritagli di tempo – “is orijeddas”- quando cuciva, filava e tesseva. La donna era specialista nel lavoro domestico, ma talvolta diventava apprendista sarta, operaia (bracciante), levatrice, guaritrice. Si poteva contare sui vicini di casa, parenti o amici, in occasioni di emergenza, quali malattia, morte, nozze, nascita, lavori stagionali. Lo scambio dei servizi tra vicini era regolato dalla reciprocità: in cambio dell’aiuto ottenuto si dava una parte – “sa mandada” – di ciò che si aveva (maiale, pane, dolci, frutta o altro). Luogo socializzante e aggregante del vicinato era sovente la fontana pubblica o lo slargo di fonte alle abitazioni dove ci si sedeva la sera, nella bella stagione, a prendere il fresco e dove le donne proseguivano i lavori di rammendo, cucito, ricamo e dove ci si scambiava informazioni e si tramandavano i saperi ai piccoli sottoforma di fiabe (is contus), di canzoni (is canzoneddas, is sciollorius e is mutetus), componimenti poetici (sa cantilena), ninne nanne (is anninnias), balli (is serra-serra e is duru-duru).    I mestieri si insegnavano per linea maschile e femminile: era un apprendimento per impregnazione, pratico: si imparava guardando i grandi e mettendosi alla prova. La povertà impediva l’accesso all’istruzione e d’altronde la struttura economica agro –pastorale non richiedeva competenze acquisibili con l’istruzione.

Il ciclo della vita


La Sardegna è sempre stata una terra tra le più isolate del Mediterraneo dal punto di vista delle comunicazioni e tra le più conservative per modi di vivere e pensare. Per questo molti paesi conservano un patrimonio culturale tradizionale ricco. Tuttavia, nonostante l’isolamento, le tradizioni, apparentemente immobili nel tempo, si sono trasformate, evolute, differenziate. Ogni famiglia rappresentava una nuova unità di produzione e di procreazione. Nel nucleo familiare la donna assumeva una posizione paritaria con il marito. Ciò era dovuto, in gran parte, all’assenza prolungata di quest’ultimo da casa. La donna doveva, infatti, organizzare e gestire la famiglia dividendosi nei suoi ruoli di donna, moglie, madre. Anche dal punto di vista economico, al momento del matrimonio, la donna portava con sé mobili, corredo e arredo domestico, dote che controbilanciava il contributo dell’uomo che consisteva nel costruire la casa familiare. Nei paesi, la comunità è sempre stata presente, vegliando sulla vita del singolo sin dalla nascita, accompagnandolo nella crescita, guidandolo nell’età lavorativa, sostenendolo sia nei momenti di allegria che nei momenti tristi, festeggiandolo quando si sposa, piangendolo quando muore. In passato, era normale assistere a scambi di prestazioni tra parenti, amici, compari. Tali forme di reciprocità erano varie e ci si sentiva moralmente obbligati a metterle in pratica, specie nei momenti di bisogno, in occasioni di emergenza come malattia, morte, nozze, nascite, raccolti, lavori sulle aie. Si mantenevano rapporti di buon vicinato con gesti semplici, ma significativi: offendo una parte dei frutti migliori di stagione, un pezzo di carne in occasione dell’uccisione del maiale, dolci e cibi per particolari ricorrenze o festività. Il vicino era tenuto a ricambiare. Il fatto che lo scambio fosse reciproco escludeva la possibilità di considerare tali gesti forme di elemosina. Queste reciprocità avvenivano però solo tra i membri della comunità. Ne erano esclusi i “signori”, personalità importanti in genere provenienti dalla città, che gestivano l’amministrazione, la giustizia, la religione e la scrittura. I “signori” erano spesso destinatari di doni sottoforma di cibi e primizie, che le persone del popolo facevano loro al fine di tenerseli buoni e ingraziarseli per gli inevitabili momenti di necessità. Queste personalità non erano tenute a ricambiare i doni. Accanto a queste, vi erano i ricchi locali che condividevano, con il resto della comunità, usi, costumi, lingua e atteggiamenti.

La lingua

La lingua parlata a Giba e Villarios è la terza delle sette sottovarietà in cui è articolato il Campidanese[1], denominata Sulcis –Iglesiente. Essa investe il territorio situato nella zona Sud Ovest dell’isola ed è limitata a Nord da Iglesias, a Sud da S.Anna .Arresi e ad Est da Villamassargia. Ad Ovest sono presenti le due isole alloglotte di S.Pietro e di Calasetta (S.Antioco), in cui si parla il dialetto ligure. Il tratto distintivo, in campo consonantico, è quello del trattamento dei nessi formati da occlusiva velare sorda, o dentale sorda + i semiconsonante, che danno origine ad una affricata prepalatale sorda intensa:   cj, tj > -cc- (ci)
Es.: Puteu>pucciu
     Platea>praccia (Sulcis- Iglesiente);  prattsa   (Campidanese generale).
Il nesso consonantico –nj-> -ng- (gi)
Es.: Vinea>bingia
      Cuneatu>kungiau (appezzamento di terreno recintato, sinonimo di tanca).  
L’esito del nesso consonantico –lj- è una laterale lunga –ll-
Es.: Filiu>fillu
      Palea>palla.
Tra gli altri fenomeni, si assiste a quello del betacismo; al trattamento della consonante fricativa labiodentale sorda in posizione intervocalica, che si trasforma nella corrispondente sonora; alla caduta, in contesto intervocalico, delle occlusive sonore, trattamento che si osserva anche in fonetica di frase; alla palatalizzazione delle occlusive velari sorde di fronte a vocale palatale –e- ed –i-.
Per quanto riguarda i seguenti nessi:

-qu+voc.>kw, k (akwua, kattru)

-gu+voc.>gw, g (lingwa, sanguini).

In ambito vocalico, invece, si assiste al fenomeno della metafonesi, come in tutti i dialetti sardi; allo sviluppo delle vocali prostetiche; allo sviluppo delle vocali paragogiche; all’assenza di vocali nasali; alla prostesi di i davanti a s+consonante.
Per quanto concerne la morfologia, si osserva la neutralizzazione dell’opposizione maschile – femminile: is ominisi (gli uomini), is femminasa (le femmine).
Compaiono in alcuni casi varianti lessicali: ad esempio nella riproposizione dell’ululato del cane, si sono riscontrate la varianti aggroguai/aggruguai. Lo stesso dicasi nel caso del termine “al contrario”: imbressi/umbressi. L’italiano “nessuno” è reso con nemusu e nixiunusu.
Sono stati individuati, inerentemente alla persona singolare, casi di quelle che Wagner definisce sopravvivenze di antichi perfetti: kantai.
Nel lessico, infine, compare spesso l’uso dell’intercalare “la”.
Bibliografia
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Wagner, M., L.,
Dizionario etimologico sardo, Cagliari, Gianni Trois Editore, 1993.

La lingua sarda. Storia, spirito, forma, Berna, Biblioteca Romanica, 1980.
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[1] Le restanti sono: il campidanese centro – occidentale; il campidanese di Cagliari; quello centrale; il barbaricino meridionale; l’ogliastrino; il campidanese del Sàrrabus.


Bibliografia

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30 Paesi sulcitani, Cagliari, Ettore Gasperini Editore, 1979
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Basso Sulcis. Vita. Antichi usi e costumi, Giba, 1965
Floris, G.,
Guida del Sulcis, Sestu, Zonza Editori, 2001
Loi, A.,
Genesi ed evoluzione del popolamento sparso dell’area sulcitana.
Annali della Facoltà di Magistero dell’Università degli Studi di Cagliari, Nuova serie, vol.IX, 1985

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[1] È un ambiente che fin dal 1973 è stato inserito a pieno titolo tra le 75 aree della Sardegna meritevoli di salvaguardia con l’istituzione di un sistema di Parchi e Riserve naturali in seguito alle segnalazioni di organismi nazionali ed internazionali.

[2] Carta M., 30 Paesi sulcitani, Cagliari, Ettore Gasperini Editore, 1979.

[3] Casta, A., Basso Sulcis, antichi usi e costumi, Giba, 1965, passim.

[4] Termine che distingue il territorio dal Sulcis inteso in una accezione più ampia, che comprenderebbe anche Iglesias, Gonnesa e Domusnovas.

[5] Nuclei sparsi che caratterizzano il Sulcis, i cui nomi spesso derivano dalla famiglia ceppo del fondatore. Per una esaustiva panoramica sull’argomento cfr. Le Lannou Maurice, Patres et paysans de la Sardaigne, Tours, 1941; trad. ital. Pastori e contadini di Sardegna, a cura di Brigaglia, M., Cagliari, Ed. Della Torre, 1979.

[6] Cfr. Orrù, L., 1986.

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