Storia e Cultura
Le tradizioni popolari
Gli studi di folclore nascono nel 1800 con il Romanticismo e il Positivismo.
Il folclore “...comprende i miti, le leggende, i racconti, le ballate, gli indovinelli, i proverbi, le credenze di un gruppo culturale” (Dundes, 1989).
Nel 1880, Pitrè, studioso di tradizioni popolari (raccolse i più svariati documenti del folclore siciliano) e fondatore in Italia del folclore come scienza, ne definisce l’oggetto di indagine: canti e melodie; fiabe e leggende; proverbi; giochi e canzonette infantili; indovinelli, formule, voci, gerghi; usi, costumi, credenze e pregiudizi. Si fa riferimento ad un soggetto sociale detto popolo e al veicolo prevalentemente o esclusivamente orale della tradizione e diffusione dei fatti folclorici. La sua trasmissione avviene generalmente per via orale, ma è possibile anche il passaggio attraverso la forma scritta. Tutte le società possiedono un repertorio di narrazioni che gli adulti si raccontano l’un l’altro e che vengono insegnate ai bambini. Musica, danza e giochi possono costituire il contesto all’interno del quale le storie vengono raccontate. Il folclore presenta una continuità tra passato e presente, ma anche aspetti innovativi. J. W. Thoms propone il termine folk-lore per designare quelle che fino ad allora erano denominate “popular antiquietes”. Usi e costumi, osservanze e superstizioni, ballate e proverbi, vengono assunti come documenti che gettano luce sulla remota storia, non solo inglese, ma anche germanica. Lévi - Strauss scrive che il termine folclore “designa…ricerche che, pur esercitandosi nella società stessa dell’osservatore, fanno ricorso a metodi di inchiesta e a tecniche di osservazione dello stesso tipo di quelle che si impiegano per le società molto lontane”. Per il mondo popolare si avvia, cioè, la messa a punto di quello strumento tecnico di ricerca che è la comparazione e si apre così la strada a considerare nella loro storicità anche i “selvaggi” nostrani. Usi, costumi, credenze, pregiudizi, superstizioni vengono assunti come documenti di storia e vanno indagati con oggettività. Per comprendere la storia umana occorre estendere l’indagine a tutti i sistemi culturali (si respingono l’etnocentrismo e tutti i soggettivismi di classe e di epoca). Le indagini folcloriche, demologiche o di tradizioni popolari si applicano alla rilevazione documentaria, all’analisi classificatoria, all’individuazione storica dei fenomeni di differenziazione culturale esistenti all’interno delle società più evolute. Tylor definisce cultura il complesso che include conoscenze e credenze, arte e morale, leggi e costume e tutte le altre capacità e abitudini acquisite dall’uomo come membro della società. Si possono distinguere due culture: una comune o generale (italiana) e una particolare o locale o di gruppo (sarda). L’attenzione degli studi folclorici è diretta alle tradizioni delle campagne (più conservative, ma che oggi si aprono agli influssi esterni).
La famiglia
Nella società sarda “..i sentimenti e i valori della maternità e paternità, dell’amore filiale e fraterno e della solidarietà parentale sono i sentimenti e i valori più alti”, insieme anche alla lealtà per la parola data e alla sacralità dell’ospite”. (Oppo, A., Famiglia e matrimonio nella società sarda tradizionale – La tarantola Edizioni, 1990). La famiglia era luogo esclusivo di generazione della prole legittima, di allevamento ed educazione della stessa. Essa nasce e si fonda col patto matrimoniale della coppia eterosessuale monogamica che comanda esclusività sessuale e solidarietà economica tra i due coniugi e origina e prosegue la discendenza e la consanguineità legittima. La famiglia era anche luogo primario degli affetti e luogo di trasmissione dei modi di vivere e della cultura. Alla formazione della famiglia contribuivano in modo paritario l’uomo, con la casa e l’attrezzatura per il lavoro, e la donna, con l’arredo e la mobilia per la casa. La nascita di un figlio era desiderata e sempre gradita perché considerata un dono di Dio, il naturale esito dell’unione di un uomo e di una donna. Si preferiva che il primogenito fosse un maschio. Il non avere figli, al contrario, era segno di disgrazia sia per la donna, per la quale la maternità rappresentava un evento naturale, sia per l’uomo che, attraverso i figli, si assicurava la possibilità di accrescere e perpetuare il suo patrimonio. Rappresentavano poi, per entrambi, il bastone della vecchiaia. Le famiglie erano molto numerose e le gravidanze si succedevano spesso l’una all’altra. I figli rappresentavano la prosperità del patrimonio e la possibilità di perpetuare il nome; contribuivano ad aumentare il reddito della famiglia ed erano una garanzia di sopravvivenza per la vecchiaia dei genitori. I figli avevano verso i genitori un atteggiamento di sottomissione e di deferenza Luogo di organizzazione della vita produttiva tradizionale, unità e luogo di consumo individuale, la famiglia mononucleare e monolocale assolve questa funzione di essere unità di consumo autonoma e pressoché esclusiva. La casa era luogo abitativo, produttivo, riproduttivo e di consumo. Il possesso della casa – “sa domu”- e del patrimonio – “sa sienda” – erano le condizioni indispensabili per la formazione di un nuovo nucleo familiare economicamente autonomo. All’interno della famiglia vigeva la separazione delle attività in base al sesso: la donna era addetta ai lavori domestici, all’allevamento ed educazione dei figli e alle decisioni riguardanti l’economia domestica; l’uomo si specializzava in uno dei tre grandi mestieri tradizionali – contadino, pastore, artigiano. Il lavoro di tutti i membri della famiglia, grandi e piccoli, era necessario per la sopravvivenza della stessa. La donna si realizzava quando diventava la padrona di casa, “sa meri de sa domu”: metteva al mondo i figli, li nutriva e si occupava di loro; teneva pulita la casa; preparava i pasti; rigovernava la casa; preparava il pane e la pasta, faceva il bucato; puliva e dava da mangiare agli animali da cortile; raccoglieva la legna; portava l’acqua; rifaceva i materassi e si occupava della manutenzione della casa (imbiancava e ribatteva i pavimenti in terra battuta). Alle attività propriamente domestiche si aggiungevano: la semina, la zappatura, la spigolatura, il diserbamento delle erbe infestanti, i trapianti negli orti, la raccolta di cereali e legumi, la raccolta di mandorle e olive, la vendemmia, il pascolo e la lavorazione del latte e della lana. Nel momento del bisogno, non ricorreva al maschio di casa, ma al gruppo femminile di un’altra famiglia, di parenti o vicini di casa. Donna, moglie, madre: acquisisce funzioni e specializzazioni non solo nell’ambito dell’economia domestica, nell’allevamento e nell’educazione della prole, ma anche nella gestione dei rapporti sociali nel villaggio, da quelli parentali o vicinali, fino ai rapporti con le autorità locali e la società civile in genere. L’alba e il tramonto erano i limiti del lavoro maschile in campagna, ma non i limiti della giornata della donna che lavorava anche nei ritagli di tempo – “is orijeddas”- quando cuciva, filava e tesseva. La donna era specialista nel lavoro domestico, ma talvolta diventava apprendista sarta, operaia (bracciante), levatrice, guaritrice. Si poteva contare sui vicini di casa, parenti o amici, in occasioni di emergenza, quali malattia, morte, nozze, nascita, lavori stagionali. Lo scambio dei servizi tra vicini era regolato dalla reciprocità: in cambio dell’aiuto ottenuto si dava una parte – “sa mandada” – di ciò che si aveva (maiale, pane, dolci, frutta o altro). Luogo socializzante e aggregante del vicinato era sovente la fontana pubblica o lo slargo di fonte alle abitazioni dove ci si sedeva la sera, nella bella stagione, a prendere il fresco e dove le donne proseguivano i lavori di rammendo, cucito, ricamo e dove ci si scambiava informazioni e si tramandavano i saperi ai piccoli sottoforma di fiabe (is contus), di canzoni (is canzoneddas, is sciollorius e is mutetus), componimenti poetici (sa cantilena), ninne nanne (is anninnias), balli (is serra-serra e is duru-duru). I mestieri si insegnavano per linea maschile e femminile: era un apprendimento per impregnazione, pratico: si imparava guardando i grandi e mettendosi alla prova. La povertà impediva l’accesso all’istruzione e d’altronde la struttura economica agro –pastorale non richiedeva competenze acquisibili con l’istruzione.
Il ciclo della vita
La Sardegna è sempre stata una terra tra le più isolate del Mediterraneo dal punto di vista delle comunicazioni e tra le più conservative per modi di vivere e pensare. Per questo molti paesi conservano un patrimonio culturale tradizionale ricco. Tuttavia, nonostante l’isolamento, le tradizioni, apparentemente immobili nel tempo, si sono trasformate, evolute, differenziate. Ogni famiglia rappresentava una nuova unità di produzione e di procreazione. Nel nucleo familiare la donna assumeva una posizione paritaria con il marito. Ciò era dovuto, in gran parte, all’assenza prolungata di quest’ultimo da casa. La donna doveva, infatti, organizzare e gestire la famiglia dividendosi nei suoi ruoli di donna, moglie, madre. Anche dal punto di vista economico, al momento del matrimonio, la donna portava con sé mobili, corredo e arredo domestico, dote che controbilanciava il contributo dell’uomo che consisteva nel costruire la casa familiare. Nei paesi, la comunità è sempre stata presente, vegliando sulla vita del singolo sin dalla nascita, accompagnandolo nella crescita, guidandolo nell’età lavorativa, sostenendolo sia nei momenti di allegria che nei momenti tristi, festeggiandolo quando si sposa, piangendolo quando muore. In passato, era normale assistere a scambi di prestazioni tra parenti, amici, compari. Tali forme di reciprocità erano varie e ci si sentiva moralmente obbligati a metterle in pratica, specie nei momenti di bisogno, in occasioni di emergenza come malattia, morte, nozze, nascite, raccolti, lavori sulle aie. Si mantenevano rapporti di buon vicinato con gesti semplici, ma significativi: offendo una parte dei frutti migliori di stagione, un pezzo di carne in occasione dell’uccisione del maiale, dolci e cibi per particolari ricorrenze o festività. Il vicino era tenuto a ricambiare. Il fatto che lo scambio fosse reciproco escludeva la possibilità di considerare tali gesti forme di elemosina. Queste reciprocità avvenivano però solo tra i membri della comunità. Ne erano esclusi i “signori”, personalità importanti in genere provenienti dalla città, che gestivano l’amministrazione, la giustizia, la religione e la scrittura. I “signori” erano spesso destinatari di doni sottoforma di cibi e primizie, che le persone del popolo facevano loro al fine di tenerseli buoni e ingraziarseli per gli inevitabili momenti di necessità. Queste personalità non erano tenute a ricambiare i doni. Accanto a queste, vi erano i ricchi locali che condividevano, con il resto della comunità, usi, costumi, lingua e atteggiamenti.
Bibliografia
La lingua
La lingua parlata a Giba e Villarios è la terza delle sette sottovarietà in cui è articolato il Campidanese[1], denominata Sulcis –Iglesiente. Essa investe il territorio situato nella zona Sud Ovest dell’isola ed è limitata a Nord da Iglesias, a Sud da S.Anna .Arresi e ad Est da Villamassargia. Ad Ovest sono presenti le due isole alloglotte di S.Pietro e di Calasetta (S.Antioco), in cui si parla il dialetto ligure. Il tratto distintivo, in campo consonantico, è quello del trattamento dei nessi formati da occlusiva velare sorda, o dentale sorda + i semiconsonante, che danno origine ad una affricata prepalatale sorda intensa: cj, tj > -cc- (ci)
Es.: Puteu>pucciu
Platea>praccia (Sulcis- Iglesiente); prattsa (Campidanese generale).
Il nesso consonantico –nj-> -ng- (gi)
Es.: Vinea>bingia
Cuneatu>kungiau (appezzamento di terreno recintato, sinonimo di tanca).
L’esito del nesso consonantico –lj- è una laterale lunga –ll-
Es.: Filiu>fillu
Palea>palla.
Tra gli altri fenomeni, si assiste a quello del betacismo; al trattamento della consonante fricativa labiodentale sorda in posizione intervocalica, che si trasforma nella corrispondente sonora; alla caduta, in contesto intervocalico, delle occlusive sonore, trattamento che si osserva anche in fonetica di frase; alla palatalizzazione delle occlusive velari sorde di fronte a vocale palatale –e- ed –i-.
Per quanto riguarda i seguenti nessi:
-qu+voc.>kw, k (akwua, kattru)
-gu+voc.>gw, g (lingwa, sanguini).
In ambito vocalico, invece, si assiste al fenomeno della metafonesi, come in tutti i dialetti sardi; allo sviluppo delle vocali prostetiche; allo sviluppo delle vocali paragogiche; all’assenza di vocali nasali; alla prostesi di i davanti a s+consonante.
Per quanto concerne la morfologia, si osserva la neutralizzazione dell’opposizione maschile – femminile: is ominisi (gli uomini), is femminasa (le femmine).
Compaiono in alcuni casi varianti lessicali: ad esempio nella riproposizione dell’ululato del cane, si sono riscontrate la varianti aggroguai/aggruguai. Lo stesso dicasi nel caso del termine “al contrario”: imbressi/umbressi. L’italiano “nessuno” è reso con nemusu e nixiunusu.
Sono stati individuati, inerentemente alla persona singolare, casi di quelle che Wagner definisce sopravvivenze di antichi perfetti: kantai.
Nel lessico, infine, compare spesso l’uso dell’intercalare “la”.
Bibliografia
Delitala , E.,
Come fare ricerca sul campo. Esempi di inchieste sulla cultura subalterna in Sardegna, Cagliari, E.D.E.S., 1992.
Porru, V.,
Nou dizionariu universali sardu – italianu compilau de su sacerdotu benefiziau Vissenti Porru, Cagliari, Edizioni 3T, edizione anastatica, 1981.
Spano, G.,
Vocabolario sardo, geografico, patronimico ed etimologico, Cagliari, Edizioni 3T, 1873.
Virdis, M.,
Italiano, corso, sardo, in Lexicon Romanistichen Linguistik, Tubingen, 1988.
Wagner, M., L.,
Dizionario etimologico sardo, Cagliari, Gianni Trois Editore, 1993.
La lingua sarda. Storia, spirito, forma, Berna, Biblioteca Romanica, 1980.
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[1] Le restanti sono: il campidanese centro – occidentale; il campidanese di Cagliari; quello centrale; il barbaricino meridionale; l’ogliastrino; il campidanese del Sàrrabus.
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