Storia e Cultura
Il territorio di Giba e Villarios: cenni storici
Situato tra le formazioni rocciose paleozoiche di S’Arcu sa cruxi –Serra Mura e gli espandimenti magmatici Cenozoici che contornano il Rio Mannu ed il Rio Piscinas, il territorio del comune di Giba occupa una vasta superficie ondulata, collinosa e pianeggiante al contempo, con terreni fertili adatti per l’agricoltura e l’allevamento, attività fondamentali dell’economia locale attuale, ma praticate già dall’uomo preistorico sin dal Neolitico. Questa superficie è delimitata ad ovest da una fascia costiera sul Golfo di Palmas. Le testimonianze più antiche che permettono di ricostruire le vicende storiche del paese sono individuabili ad ovest dello stesso: si tratta della necropoli a domus de janas di Narboni is Gannaus, risalente al 3.500 a.c ed appartenente alla cultura di S. Michele. Non mancano poi le testimonianze dell’età nuragica (1.500 a.c), dal momento che la zona è costellata di nuraghi e di monumenti megalitici minori che fanno capo al nuraghe Rubiu e al nuraghe Meùrras, il cui villaggio è uno dei più vasti dell’isola. In una superficie di poche ettari, nel confine con Tratalias, in un paesaggio che nonostante sconvolgimenti più o meno recenti (a causa di vari lavori eseguiti in quella zona, prima con la ferrovia, ora dimessa, e poi con la distribuzione dell’acqua dell’invaso ai campi da coltivare), conserva molto del suo arcaico fascino. Anche la zona del lago di Monte Pranu[1] è ricchissima di architetture di antiche culture ma anche di varie specie di fauna ornitica. Del periodo romano restano tracce di una strada, nonché ruderi di una terma romana conosciuta con il nome di Sa credieddha, vicina al Rio Piscinas. Dopo la dominazione romana iniziarono le invasioni dei vandali di Genserico, a cui alcuni attribuirebbero la fondazione di Giba, avvenuta intorno al XVI secolo. Insieme ai nuovi conquistatori vennero deportati numerosi nord – africani della Mauritania, che con il tempo si mescolarono in modo pacifico con gli abitanti del Sulcis - Iglesiente. Alla fine del primo millennio giunsero i monaci vittoriani e cassinesi, i quali con la loro costante presenza diedero un certo ordine alla vita sociale diventando guide non solo spirituali per gli abitanti. Vennero costruiti diversi monasteri ed erette le chiese di Santa Marta (XI secolo), ancora visibile nelle campagne di Villarios vicino alla SS 195; e la chiesa di San Giorgio di Tului, ora completamente distrutta. In questo periodo il vescovo di Sulci (l’attuale Sant’Antioco), fuggito dalla sede vescovile in seguito alle ripetute invasioni saracene che portarono all’insediamento a S.Antioco di Mugiahid, principe musulmano di Spagna, si rifugiò probabilmente nella diocesi di Palmas, molto vicina a Villarios, favorendo ulteriormente lo sviluppo di questa zona. Il 14 giugno del 1323 un evento storico molto importante, non solo per i paesi in questione ma per tutta la Sardegna, di fronte alla spiaggia di Porto Botte, sbarcò parte dell’esercito aragonese che si accingeva ad espugnare il castello di Iglesias. Nel 1257 Giba venne in possesso dei conti di Donoratico della Gherardesca, e con la pace del 1326 cadde sotto il controllo aragonese. Nel 1323, da un rapporto pisano – aragonese, il paese contava oltre 300 abitanti pari ad una sessantina di famiglie con un reddito di 51 lire. Negli anni 1341 – 59 figura inoltre tra quei centri che versavano le decime la vescovo suscitano. Al contrario della maggior parte delle ville sarde conquistate, Giba però non venne infeudata ed infatti partecipa come “universitas” autonoma al primo parlamento svoltosi a Cagliari nel 1355. Nel 1487 venne ceduta con la villa di Piscinas a Nicolò Gessa. Il trasferimento della sede vescovile da Tratalias ad Iglesias, avvenuta nel 1503 a causa delle frequenti scorrerie piratesche provenienti dal mare, comportò lo scoramento degli abitanti ed il successivo spopolamento della zona. Vi fu la caduta di Tului, situata nell’omonima zona, nonché l’abbandono di altri centri abitati. La stessa sorte la seguirono Giba, le chiesette ed i conventi sparsi nelle campagne, sorti tra l’800 ed il 1500, secoli questi in cui il Basso Sulcis raggiunse il massimo splendore in campo civile e religioso. Bisognerà attendere il risveglio seicentesco delle attività rurali per rivedere popolato, con una certa comunità e con una discreta consistenza, l’abitato di Giba, risorto attorno al polo religioso di San Pietro. Anche il territorio comunale vide sorgere, in quel periodo, numerosi abitati rurali come trasformazione di insediamenti sparsi consistenti. Nel XVI secolo a Villarios venne costruita una torre di avvistamento per controllare eventuali scorrerie dal Golfo di Palmas: si può osservare semi diroccata nel vecchio paese ora raso completamente al suolo. Giba, inglobata nel marchesato di Villarios (insieme a Masainas e Sant’ Anna Arresi), fu infeudata a Francesco Amat nel 1647. Il primo comune fu istituito a Villarios nel 1683 e comprendeva le frazioni di Masainas, Piscinas, S’Anna Arresi e Giba. Nel 1875 la sede municipale diventò Masainas: sembra che gli spostamenti di sede fossero una conseguenza del fatto che in quei luoghi fosse difficile reperire una persona capace di scrivere e quindi in grado di registrare gli atti comunali. Nel 1891 il territorio di Giba fu attraversato da una delle prime strade ferrate della Sardegna, appartenente alla società francese Forges Artes, che realizzò una piccola ferrovia, su cui si trasportava carbone e distillati prodotti nella foresta di Pantaleo (Santadi), che arrivava sino a Porto Botte nel cui molo tali prodotti venivano caricati su velieri che effettuavano la spola con Marsiglia e Tolone. Con atto deliberativo del Podestà (era l’equivalente del termine “sindaco” durante il regime fascista), il 30 marzo 1928 Giba divenne comune autonomo accorpando il vecchio, costituito da Villarios – Masainas. Il 27 giugno 1929, il decreto regio modifica la denominazione, perché troppo lunga, da Villarios- Masainas a Giba[2]
Tului
Tului, sorta nei primi secoli dell’era cristiana, valorizzata dalla presenza del Vescovado di Tratalias dopo l’800, fu il piccolo centro che ha dato origine all’attuale Giba. Nell’alto Medioevo in questo territorio, compreso tra Giba e Tratalias, sarebbe sorto un castello a protezione del piccolo borgo, del quale restavano tracce fino agli anni ’50 (XX secolo). Purtroppo una sistematica ed incontrollata opera di spoliazione ha determinato la scomparsa quasi totale delle preziose testimonianze materiali di un’epoca ancora oscura. Questa cittadina poteva godere della fortunata ubicazione a picco sul fiume di Tratalias e l’umidità della valle sottostante dette vita a rigogliosi frutteti, abbondanti pascoli ed acqua per il bestiame. Essa si mantenne in vita sino al XVI secolo, epoca in cui cominciò la decadenza a causa dell’esodo della popolazione verso le campagne vicine e lontane, lasciando cadere in rovina ogni cosa. Inoltre l’assenza del Vescovo, trasferitosi come già visto ad Iglesias, portò all’abbandono di chiesette e conventi sorti in mezzo ai boschi durante il massimo splendore di Tratalias.
Giba
Descrizione dell’abitato
Riguardo all’origine, il Casta, studioso locale, scriveva nel 1964: il significato di questo nome è di provenienza araba. In quella lingua infatti Gibel o Ghebel significa “gobba”. Ma il paese attuale si estende su una vasta e fertile pianura e non su un monte gibboso, per cui non vediamo il motivo di questo appellativo.[3] Il paese si snoda principalmente attorno a due importanti strade statali: la 293, che inizia al bivio di Villasanta della SS 131 e si conclude al centro del paese; e la SS 195, meglio conosciuta con il nome di Sulcitana, ovvero la vecchia via di congiunzione tra Karalis e Sulci (rispettivamente Cagliari e S.Antioco). L’altimetria è pari a s.l.m mt.57; il territorio si estende per 37.7oo km2 e dista dal capoluogo sardo 69 km. Secondo i dati elaborati dall’Istat relativi all’ultimo censimento effettuato nel 2001, la popolazione del Comune di Giba ammonta ad un totale di 2078, suddivisi in 1555 femmine e 1323 maschi. Il settore più antico del paese è situato in direzione del bacino artificiale di Monte Pranu, invaso realizzato a cavallo degli anni ’40-’50 per irrigare l’intera piana del Basso Sulcis. [4]In questo settore si riscontra la presenza di due medaus[5] , denominati rispettivamente Is Pascais e Is Loccis; mentre un terzo, denominato Is Arrubius e comprensivo solamente di due unità immobiliari, si trova nelle vicinanze della diga.La tipologia delle abitazioni del paese oramai è varia e quella tradizionale non esiste più. Essa consisteva in singole abitazioni ad un livello costruite in pietrame, talvolta con rialzi eseguiti con mattoni in fango, che si affacciavano sulle strade nascondendo un ampio cortile posteriore (momento di passaggio dalla vita domestica a quella dei campi che ancora occupa buona parte degli abitanti), e la corte dove si teneva il bestiame. Attualmente le case sono costruite su due piani, fronte strada, ma anche isolate, ed alcune a schiera, soprattutto nel centro storico, nei pressi dell’unica chiesa intitolata a San Pietro.Le piazze esistenti sono due, “Aldo Moro” ed “Eleonora D’Arborea”.
I servizi pubblici
L’utilizzo dell’acqua era appannaggio degli uffici pubblici e delle pochissime famiglie benestanti. In paese non sono mai stati costruiti i lavatoi, ma le donne si recavano a lavare il bucato al fiume. Por quanto riguarda la presenza degli acquedotti, essi venivano gestiti dal Consorzio Acquedotti del Sulcis, che si occupava fondamentalmente di tutti i comuni limitrofi. Attualmente la competenza è dell’Esaf/Abbanoa Di Cagliari fontanelle pubbliche sono presenti sia nel paese in questione che nella sua frazione, Villarios. Attualmente è ancora impiegata la figura del “banditore” per diramare gli avvisi pubblici a tutta la popolazione: egli si colloca nel principale incrocio del paese, da cui diffonde il bando tramite un megafono. Per quanto concerne, invece, la situazione sanitaria, fino a tempi recenti, medici levatrici e farmacie erano presenti solamente nei comuni più popolati, il che impediva alla popolazione dei centri periferici, aggregati ai principali per questo tipo di servizi, di farne ricorso fondamentalmente per tre motivi: la difficoltà di raggiungere tali centri; le scarse disponibilità economiche; l’abitudine di servirsi di empirici, frebottus e allevaroras (flebotomi e levatrici). L’attività di queste ultime è attestata infatti sino agli anni ’70.[6] Anche quando alla fine del secolo scorso, i Comuni si dotarono del medico condotto, la popolazione continuava a nutrire fiducia nell’attività dei frebbotus (flebotomi). Nel 1937-38 sorse l’ECA, l’ente comunale di assistenza, per cui il Comune di Villarios – Masainas si assumeva il costo delle spese mediche dei poveri, soprattutto nei casi di malattie endemiche e di quelle gravi che necessitavano del ricovero. Per poter usufruire di questo servizio, era indispensabile esibire un certificato di povertà. La farmacia fu costituita per la prima volta nel 1949, allorquando ne divenne latore il chimico – farmacista Dott. Pasquale Simola che vinse il concorso provinciale. Ciò apportò un sensibile sollievo generale, dal momento che per l’acquisto dei medicinali sino ad allora ci si doveva recare a Santadi, che dista da Giba 9 km. Il grado di istruzione del paese è in linea generale medio – basso, e gli anziani sono analfabeti. Essa era impartita limitatamente alla V classe fino al 1940 da una sola insegnante, raramente da due per tutte le classi. L’istruzione media è giunta invece attorno al 1960, quella secondaria (Istituto Tecnico Commerciale) nel 1980, come succursale di Carbonia. È presente anche la scuola materna. Per quanto riguarda invece l’economia essa è prevalentemente agropastorale, basata fondamentalmente sull’allevamento di pecore, ed un tempo anche di buoi, di cui è rimasto un solo allevatore. Tra i prodotti agricoli particolarmente rinomati sono i carciofi, i pomodori, l’uva. I terreni di Giba infatti possono essere considerati discretamente fertili, senonchè nel 1953 vennero mutilati nella parte migliore con la costruzione della diga del bacino di Monte Pranu. Oggi, tutta la zona nord del paese, in cui sorgevano rigogliosi frutteti, è completamente sommersa dalle acque melmose. Fiorente è comunque anche il commercio, presente in tutte le sue ramificazioni. In paese è presente un’unica chiesa, dedicata a San Pietro, festeggiato a giugno, mentre a settembre si celebra la festa della Madonna del Rimedio. Nel medau (stazzo) Is Loccis vi è la chiesa dei Testimoni di Geova.
Villarios
Villarios ha seguito la storia del marchesato di Palmas, assumendo anch’esso tale titolo, e condividendone le alterne vicende. Il suo nome indica la presenza di acqua sorgiva nei pressi della Villa. Questo paese appartenne alla Curatoria del Sulcis nel Giudicato di Cagliari. fu uno di quei centri che più di altri fu caratterizzato dalla presenza dei monaci benedettini e dalla vicina sede3 vescovile di Tratalias; tant’è che nelle sue vicinanze sorse anche un monastero. Nel 1485 fu ceduto da Pietro Bellit a Giacomo d’Aragall, barone di Gioiosa Guardia (Villamassargia); per poi passare, per un breve periodo, nelle mani della famiglia Gessa, e ritornare in possesso di Ludovico Bellit, a cui fu consegnato dal re Carlo d’Aragona. A causa della sua esposizione alle invasioni barbariche, fu innalzata una torre che permetteva di controllare l’intero Golfo di Palmas, da dove sbarcavano gli invasori, anche se in realtà Villarios fu uno dei pochi centri che non si spopolò durante il Medioevo. Nel 1646 Giovanni Battista Amat ne fu nominato marchese dal re d’Aragona, Filippo IV. Nel 1820 questo paese contava 55 famiglie con 283 abitanti; per i suoi precedenti, venne eretto a comune nel 1853, ed ebbe come frazioni Giba, Piscinas, Masainas e S.Anna Arresi. Nel 1858 la popolazione ammontava a 2338 abitanti. Per quanto riguarda i servizi, il paese era sprovvisto della chiesa e del cimitero; l’unica assistenza sanitaria era quella fornita da flebotomi e da qualche ostetrica non diplomata; esisteva una prima elementare maschile e nessuna classe femminile. Nel 1858 ricevette un sussidio governativo per istituire una scuola elementare (prima elementare) anche a Giba. Villarios rimase comune sino al 1875, quando sede municipale divenne Masainas, in quanto solamente in questo centro vi era uno scrivano in grado di gestire le scritture comunali. Da allora il paese ha vissuto nell’ombra, e l’unico motivo di rilievo è stata la sua totale ricostruzione su un’altura poco distante dal vecchio centro, oramai completamente raso al suolo. Ciò si è reso indispensabile a causa delle infiltrazioni sotterranee d’acqua provenienti dall’invaso artificiale di Monte Pranu (Tratalias), realizzato a cavallo degli anni ‘40- ’50 per irrigare la piana del Basso Sulcis. La frazione di Villarios, dopo l’inevitabile trasferimento a causa delle infiltrazioni suddette, si trova su una collina, denominata Su Estrai, in posizione panoramica, da cui si gode lo spettacolo offerto dal Golfo di Palmas. I lavori per la costruzione del paese iniziarono nel 1963 e si conclusero nel 1965, ad opera del Consorzio di Bonifica del Basso Sulcis in base alla legge “Monte Pranu”. Le abitazioni, ricostruite in base a ciò che i proprietari possedevano inizialmente, per il 90% sono su un unico livello di edilizia, con giardino e loggiato (più il forno), struttura questa dovuta al fatto che si tratta di un paese fondamentalmente agricolo. Recentemente, però, sono state costruite anche alcune case a palazzina. Il patrono del paese, in onore del quale sono intitolate la chiesa e l’unica piazza esistente, è san Giuseppe, festeggiato nel mese di marzo, allorquando si allestisce “la sagra del carciofo”, gli unici servizi esistenti sono costituiti da due negozi, l’uno di generi alimentari, l’altro è una macelleria. Vi sono inoltre un centro sociale, l’ufficio postale, due ambulatori medici, una sezione del centro AIAS, dipendente dal paese di Cortoghiana. Ed infine una scuola materna. Per tutte le altre necessità, gli abitanti di Villarios si recano a Giba, che dista 3 km, con cui il collegamento, soprattutto a favore di coloro che non possono usufruire di un mezzo proprio, è assicurato da un piccolo pullman messo a disposizione dal Comune. Ai piedi dell’altura su cui è stato ricostruito il paese, in direzione ovest, si trovano gli stagni e poco più avanti la spiaggia di Porto Botte, il complesso palustre, terzo in Sardegna, importante per le splendide zone umide retrostanti la sua lunga spiaggia, ricche di avifauna migratoria e con interessanti nuclei di vegetazione e flora alofita, palustre e delle sabbie. Poro Botte sino agli anni ’50 del XX secolo è stato utilizzato come peschiera, con rese produttive superiori a 150 kg/ha/anno. Sempre in quegli anni, poi, conobbe il boom allorquando i cittadini di Carbonia dotarono l’arenile di stabilimenti balneari, di cui restano solamente i ruderi.
Bibliografia
Archivio Comunale di Giba
Carta, M.,
30 Paesi sulcitani, Cagliari, Ettore Gasperini Editore, 1979
Casalis., G.,
Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S.M. Il Re di Sardegna, G. Mespero Libraio e Cassone e Marzorati Tipografi, Torino, 1846
Casta, A.,
Basso Sulcis. Vita. Antichi usi e costumi, Giba, 1965
Floris, G.,
Guida del Sulcis, Sestu, Zonza Editori, 2001
Loi, A.,
Genesi ed evoluzione del popolamento sparso dell’area sulcitana.
Annali della Facoltà di Magistero dell’Università degli Studi di Cagliari, Nuova serie, vol.IX, 1985
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[1] È un ambiente che fin dal 1973 è stato inserito a pieno titolo tra le 75 aree della Sardegna meritevoli di salvaguardia con l’istituzione di un sistema di Parchi e Riserve naturali in seguito alle segnalazioni di organismi nazionali ed internazionali.
[2] Carta M., 30 Paesi sulcitani, Cagliari, Ettore Gasperini Editore, 1979.
[3] Casta, A., Basso Sulcis, antichi usi e costumi, Giba, 1965, passim.
[4] Termine che distingue il territorio dal Sulcis inteso in una accezione più ampia, che comprenderebbe anche Iglesias, Gonnesa e Domusnovas.
[5] Nuclei sparsi che caratterizzano il Sulcis, i cui nomi spesso derivano dalla famiglia ceppo del fondatore. Per una esaustiva panoramica sull’argomento cfr. Le Lannou Maurice, Patres et paysans de la Sardaigne, Tours, 1941; trad. ital. Pastori e contadini di Sardegna, a cura di Brigaglia, M., Cagliari, Ed. Della Torre, 1979.
[6] Cfr. Orrù, L., 1986.
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