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La forza di tempi particolari: La settimana Santa

Storia e Cultura


La forza di tempi particolari: la Settimana Santa



Il termine “Medicina popolare”, generico ed impreciso, si riferisce a quelle particolari forme di difesa della salute che persistono fra gli strati subalterni più marginali, connotate da una maggiore tradizionalità ed alterità rispetto alle forme attuali della medicina ufficiale. Si tratta fondamentalmente di una medicina composita in cui si mescolano ed intrecciano sia forme elaborate dagli strati subalterni, sia forme un tempo impiegate dalle classi egemoni che, dopo essere state assunte dal mondo popolare, il quale successivamente le ha sottoposte ad un lungo processo di sincretismo e di riadattamento. Il suo sapere deriva, dunque, dal complesso interscambio culturale che si verifica tra le diverse classi, considerazione, questa, che porta a riferire il termine “popolare” non tanto all’origine di tale sapere, quanto alla classe sociale che in un dato momento se ne è appropriata. I vari rituali terapeutici propri della medicina popolare si basano su una trama antica e ben conosciuta, caratterizzata dalla commistione di empirismo e di simboli religiosi, impiegati però in modo magico. Nella maggior parte dei casi, si ritiene che la cura di una malattia o di un disturbo, , non possa essere eseguita in qualsiasi momento, ma sia invece necessario rispettare “tempi particolari”, che promanerebbero una speciale forza. Questa, ad esempio, viene riconosciuta alla Settimana Santa, nella fattispecie al giovedì: tale giorno, infatti, è ritenuto particolarmente adatto all’approntamento di diversi materiali e strumenti terapeutici, nonché alla trasmissione di conoscenze e poteri magici, al confezionamelo di amuleti, soprattutto contro il malocchio. A tutt’oggi, di giovedì, la terapeuta che cura s’ettàra (la miasi oculare) non a caso pianta il finocchio selvatico, erba di cui vengono impiegate in modo vario le parti (masticate e poi sputate sugli occhi malati), recitando al contempo una preghiera. E sempre di tale giorno, in passato, termine con cui in questa sede si fa riferimento alla prima metà del XX secolo, si aveva cura di preparare il medicamento da utilizzare nella cura del favismo: una certa quantità di semi di fave lessati e consumati come cibo in quel periodo di astinenza, od anche una certa quantità di bucce dei semi mangiati, veniva infilata in uno spago a guisa di rosario, “il rosario di fave”, appunto e fatta seccare. Nel caso in cui qualcuno si fosse ammalato di fauvismo, se ne sarebbe sfilato un certo numero, diverso a seconda della gravità del male, ma comunque sempre dispari. Semi o bucce, dopo essere stati tostati o macinati, venivano somministrati all’ammalato come un caffè. Nei confronti dei bambini, invece, questo caffè poteva anche essere impiegato come prevenzione, e pertanto somministrato nel periodo della fioritura e della maturazione delle fave. In alcuni paesi, il confezionamento del rosario di fave avrebbe dovuto essere eseguito da donne, sposate o nubili, che al contempo recitavano tre Ave Maria, per i dolori della Madonna; tre Credo per la Morte e Passione di Gesù; mentre in altri centri, le fave avrebbero dovuto essere infilate nello spago o da persone che effettuavano il digiuno de su Kumpassu, o da animasa innocentisi (anime innocenti, ovvero sia i bambini). Su kumpassu, a Domus de Maria, Teulada, S. Anna Arresi, Santadi, era il digiuno particolare della Settimana santa; a seconda che durasse 24 ore, dalle 10 del giovedì Santo alle 10 del giorno successivo o 48 ore, dalle 10 del giovedì santo alle 10 del sabato santo, si distingueva in kumpasseddhu, piccolo kumpassu, e kumpassu mannu, grande kumpassu. Si spiegava le denominazione del digiuno, nei centri in cui era praticato, come <<compasso o giro di 24 o 48 ore>>oppure come <<kum – passioni>>, condivisione, partecipazione alle sofferenze di Cristo. Dai 15 ai 2 od anche 4 giorni prima delle ricorrenze per cui si preparavano i nenniri (culture rituali di cerali e legumi), il giovedì santo e/o il giorno della festa di S. Giovanni (altro “tempo particolare”), le donne (anche in questo caso, nubili e sposate), in un recipiente generalmente costituito da un piatto fondo od una insalatiera di terracotta, mettevano semi di grano o di orzo, lenticchie e ceci, che facevano germogliare, il più rigogliosamente possibile, al buio, sotto letti o dentro armadi. Il nenniri prima di essere portato in chiesa veniva accuratamente ornato ed il recipiente abbellito di carta colorata o di stoffa, mentre tra le erbe si ponevano fiori (viole, pervinche, garofani, rose). In alcuni paesi, il nenniri del giovedì santo veniva lasciato nella cappella del Cristo morto generalmente sino all domenica di Pasqua; in altri, esso veniva ritirato il sabato e terra e pianta venivano gettate via, oppure li si seppelliva sotto il letame per renderlo migliore, o, ancora, collocato in un luogo in cui non potesse essere calpestato. Una delle note caratteristiche della Domenica delle palme è costituita dalle fronde di palma coltivata che, prima di essere ornate e decorate, venivano trattate di modo da far loro perdere la colorazione verde e da far loro assumere un colore giallo chiaro, simile a quello dei nenniri. La benedizione delle palme e dell’ulivo non era destinata solo alla casa e a tutto quanto vi era annesso, ma anche alla campagna, dai campo coltivati a grano o legumi, alle vigne, agli alberi da frutto, ai ricoveri e ai recinti per gli animali allevati. Generalmente la palma più riccamente decorata e intrecciata veniva appesa in camera da letto, sulla parete su cui poggiava la testata del letto matrimoniale, altri rametti di palma e di ulivo potevano essere sistemati sotto i materassi per mantenere la pace in famiglia. In alcuni paesi, si doveva prestare molta attenzione a che la palma non cadesse a terra al rientro dalla chiesa, perché altrimenti si pensava perdesse i suoi poteri e dovesse, perciò essere bruciata; In altri paesi, al contrario, al rientro dalla chiesa, giunti all’ingresso dell’abitazione la si poteva buttare al suo interno di modo che fosse benedetta nella sua totalità. In Sardegna gli amuleti, che tradizionalmente preservano dal male, hanno conosciuto una maggiore diffusione rispetto ai talismani, latori, invece, di fortuna e ricchezza. Ciò è perfettamente comprensibile se si tiene conto della costante tensione che scaturiva dalla situazione di precarietà che caratterizzava il mondo isolano. Da qui la diffusione delle credenza in tutta una serie di oggetti apotropaici che, sebbene rientrino in una tipologia genericamente mediterranea, hanno comunque assunto nell’isola valori culturali dalle connotazioni particolari. In passato, era comune l’abitudine di confezionare gli amuleti, generalmente pungheddasa, di sola palma, o di palma intrecciata a rametti di ulivo e di issopo, pianta quest’ultima particolarmente temuta dal demonio. Questo amuleto, che avrebbe dovuto proteggere dal malocchio e dagli spiriti maligni, si presentava come un sacchettino dalla forma quadrata o rettangolare , contenente vari elementi, tra cui erbe (di cui la ruta), e dure teste essiccate di serpenti, cacciati alle ore 12 nell’ultimo quarto di luna calante e sorpresi ad amoreggiare. Il rivestimento era realizzato con parti di tessuto derivanti da stoffe di uso ecclesiastico, il che aumentava il loro potere apotropaico e/o terapeutico ; e venivano cuciti sotto gli indumenti dalla parte del cuore, o portati al collo come ciondolo. Le pungheddasa venivano approntate dalle donne dopo la benedizione delle palme, ma più spesso, per accrescerne l’efficacia, durante la Messa, o meglio, durante la lettura del Vangelo, momento ritenuto particolarmente forte, nel quale anche gli uomini realizzavano uno specifico amuleto chiamato su giuali, un intaglio a forma di giogo, lavorato sul legno della palma. Dopo il rito religioso della ri - consacrazione del fuoco, dell’olio e dell’acqua, si cercava di portare via, di prelevare un pò di acqua benedetta, da impiegare in diversi modi: per la cura contro il malocchio; per indurre che aveva difficoltà a parlare ad emettere almeno qualche suono; per lavare gli occhi dei bambini e prevenire così le infezioni varie, tra cui il tracoma; per riempire l’interno di un pezzo di canna che poi sarebbe stato piantato nel mezzo del campo coltivato per favorirne la fertilità. Qualche pezzo di carbone, invece, avrebbe tenuto lontano i fulmini. È ancora in auge la consuetudine di conservare pezzetti di cotone con cui viene lavato il corpo di Cristo dopo essere stato deposto dalla Croce. Del cero pasquale si cercava di recuperare qualche scaglia che, liquefatta ed avvolta in un panno da sistemare sulla parte dolente, avrebbe curato gli ascessi procurati dal freddo e le periostiti tubercolari; oppure veniva impiegato come ingrediente tra gli altri, quali pezzi di palma benedetta e grani di caffè, per curare lo spavento. Relativamente, invece, allo scioglimento delle campane per il Gloria, le donne si affrettavano a preparare il pane, perché in quel momento la farina sarebbe stata benedetta; e a seminare il basilico, a cui viene a tutt’oggi attribuito un significato propiziatorio. In alcune località, soprattutto dell’oristanese, nel venerdì santo si gettava dentro un pozzo vuoto un po’ di pasta di pane, allo scopo di ottenere il lievito naturale grazie all’intervento divino. La pasta veniva ripescata il venerdì dopo Pasqua (ricordando che la preparazione casalinga del pane avveniva fra il venerdì ed il sabato), quando effettivamente si era trasformato in lievito (non foss’altro se non per un processo da attribuire all’azione delle muffe sempre presenti all’interno dei pozzi). In altri centri, per tutta la settimana santa le donne si astenevano dal filare la lana in quanto il filo equivaleva a strappare i capelli di Gesù durante la passione. Per lo stesso motivo c’era chi il venerdì santo evitava di lavarsi i capelli, mentre in altre parti non si mangiavano uova dal momento che richiamavano le percosse a Cristo in croce. Per molti pastori, il sabato santo era la migliore occasione per trarre auspici dall’osso della clavicola di un agnello ucciso in quello stesso giorno: si credeva infatti che vi fossero persone in grado di presagire, avvalendosi di quell’osso, le disgrazie che sarebbero potute capitare nel corso dell’anno al proprietario del gregge o ai parenti o perfino alle pecore. Al termine della settimana santa, si preparava una ricotta salata che veniva conservata in modo da poterla utilizzare durante tutto l’anno a scopo terapeutico per lenire i dolori addominali. In conclusione, si può ritenere che la dimensione religiosa che sta alla base delle medicine tradizionali sarde, is mexinasa antigasa, si presenta come una strategia terapeutica atta a fronteggiare la paura ed il disagio provocati dalla malattia, ma soprattutto è fonte di condivisione, di solidarietà e di integrazione spirituale all’interno del medesimo orizzonte critico. Da quanto finora detto, si evince come il comportamento rituale – religioso offra una possibilità di fronteggiare situazioni di pericolo o di sfortuna, reali o potenziali, che diversamente non potrebbero essere affrontate. Il bisogno del rito, della formula, esprime un valore invisibile ma reale, che porta la cultura popolare a fondere due principi opposti. Sono le condizioni di crisi a determinare il perpetuarsi delle credenze magico – religiose, le quali con il loro bagaglio ritualistico possono offrire un valido rimedio che, sebbene illusorio per alcuni, permette di stabilire l’equilibrio dell’individuo, soprattutto in quelle circostanze in cui il senso comune non è in grado di far fronte.


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